I dialoghi della bicicletta: in giro per Roma parlando di economia

Può capitare che due amici si incontrino per un giro in bici e finiscano per discutere degli argomenti che più gli stanno a cuore. Compresa la crisi e l’attuale situazione economica, sulla quale Daniele – giovane studioso di economia – ha idee abbastanza chiare, e diverse da quelle che dominano il dibattito pubblico.

Non ricordo come, il discorso era caduto sullo scontro tra Renzi e i sindacati, ed è da lì che è iniziata la nostra conversazione. In poche battute Daniele condividerà le sue riflessioni sulla politica economica di Renzi, sulla crisi e su come potremmo uscirne…

Il percorso

Enrico: Renzi non si sta muovendo a caso. Approfittando dell’approfondimento della frattura tra lavoratori cosiddetti garantiti e precari per effetto della crisi, sta riuscendo ad accrescere il consenso attorno alle riforme, spacciandole come rinunce per alcuni a vantaggio di altri …

Daniele: Nel breve termine funzionerà. Ma alla lunga la partita si giocherà sullo stato dell’economia, sul fare uscire questo paese dalla recessione. E su questo punto le attese verranno deluse, perché in termini di politica economica c’è poca differenza tra Renzi, Letta, Monti e Tremonti. Proseguono su una strada fallimentare, che non porterà all’uscita dalla crisi. Il cambio è stato solo di immagine.

E: Ma in che senso Renzi sta proseguendo sulla strada di Monti e Tremonti? E perché si tratta di una linea d’azione fallimentare?

D: Se escludiamo gli interessi che lo Stato paga sul debito, lo Stato spende meno di quello che incassa. E’ la cosiddetta austerità. In termini tecnici, abbiamo un avanzo primario.  Ciò significa che lo Stato drena dall’economia, tramite le tasse, più risorse di quelle che immette. Perseverando in questa operazione depressiva, con un’economia già debole, non si uscirà mai dalla recessione. E paradossalmente il debito, che si misura in rapporto al PIL, nonostante l’avanzo primario, cresce e continuerà a crescere.

E: Scusa, ma se hai detto che lo Stato incassa più di quello che spende, come è possibile che il debito continui ad aumentare?

D: In un’economia in stagnazione o in recessione, per giunta con un debito molto alto, cercare di raggiungere il pareggio di bilancio è non solo sbagliato, è impossibile. Facendo grossi tagli alla spesa e aumentando le tasse, come stiamo facendo, si deprime ulteriormente l’economia. Tra il 2011 e il 2013 il PIL nominale (cioè la produzione del paese misurata ai prezzi correnti) è diminuito dell’1,3%. Quindi, anche se il bilancio dello Stato fosse stato costantemente in pareggio, il rapporto debito/PIL sarebbe comunque cresciuto. Aggiungi a questo che abbiamo un debito molto alto e non abbiamo il controllo sui tassi d’interesse (per una scelta ideologica fatta a livello europeo), quindi dobbiamo inserire nel conto anche una spesa per gli interessi sul debito estremamente alta. Il risultato è che noi “tiriamo la cinghia”, ma il debito non si riduce, anzi schizza in alto.
Il “consolidamento fiscale”, cioè la ricerca dell’equilibrio nei conti pubblici, va fatto quando l’economia cresce, non durante una crisi economica. E’ una lezione basilare che la Grande Depressione degli anni Trenta ha insegnato ai nostri nonni, e che oggi la classe dirigente sembra aver dimenticato.

E: Bene, ma allora è inevitabile che il debito pubblico italiano si impenni senza controllo? Come dovremmo fare per uscire da questa situazione?

D: No, non è inevitabile che il nostro debito pubblico vada fuori controllo. Certo, quando il debito è cosi alto – quindi la spesa per interessi è molto alta –  e l’economia è cosi depressa, diventa praticamente impossibile portare il bilancio in pareggio. Per quanto tu possa tagliare la spesa pubblica e alzare le tasse, gli effetti recessivi e l’alta spesa per interessi vanificheranno ogni sforzo. Ma ci sono altri modi per abbassare il debito pubblico, anzi, storicamente gli episodi di riduzione del debito pubblico non sono quasi mai dovuti al fatto che lo Stato ha “tirato la cinghia”. Ci sono altri due fattori che permettono di abbassare il rapporto debito/PIL anche se il bilancio dello stato resta negativo: l’inflazione e la crescita economica.
Se ci pensi c’è una regola banale che si può dedurre solo dalla definizione di rapporto debito/PIL: il rapporto scende quando il PIL nominale (cioè misurato in valore monetario corrente, senza “depurarlo” dall’inflazione) cresce più del debito (sempre misurato in termini nominali). Ma la crescita del PIL nominale è la somma di crescita reale del PIL e inflazione. Allora se noi riuscissimo ad avere un’inflazione diciamo del  6% (un valore accettabilissimo, molto più basso di quello che si registrava ad esempio negli anni Settanta e Ottanta) e una crescita economica anche solo dell’1%, il PIL nominale crescerebbe del 7%. E quindi potremmo alzare la spesa pubblica e tagliare le tasse significativamente – in modo tale da fare aumentare il debito, però ad un tasso non superiore al 7% – e allo stesso tempo fermare la crescita del debito pubblico.
Il bello è che tutto potrebbe partire dall’aumento degli investimenti pubblici. La strategia potrebbe essere questa: noi aumentiamo la spesa pubblica, senza aumentare di un centesimo le tasse. Lo facciamo incrementando il debito, cioè emettendo titoli di Stato. Se non troviamo acquirenti a tassi d’interesse bassi, questi titoli li comprerà la Banca Centrale (assumendo che quest’ultima sia d’accordo con la nostra strategia e quindi ci assecondi). Così mettiamo in campo un aumento di investimenti pubblici tale da far aumentare il debito, diciamo del 7%, contando anche gli interessi. Un aumento forte quindi. Un grande programma di investimenti pubblici per risanare l’edilizia scolastica, mettere in sicurezza il territorio, assumere insegnanti, costruire pannelli fotovoltaici. In questo modo si metteranno al lavoro i disoccupati, che avranno ora dei redditi da spendere mettendo in moto tutti i settori dell’economia. Insomma, il famoso effetto moltiplicatore di Keynes. Questo determinerà una crescita del PIL e dell’inflazione. Basta che la somma di crescita economica e inflazione superi il 7% – e un tale aumento della spesa pubblica dovrebbe essere sufficiente. Se qualcosa andasse storto e il programma – almeno nell’immediato – non fosse sufficiente a generare un aumento del PIL nominale superiore al 7%, potremmo sempre incrementare “artificialmente” l’inflazione facendo comprare alla Banca Centrale titoli di Stato attualmente detenuti da famiglie e imprese, e immettendo così liquidità nell’economia (come ha fatto la Federal Reserve negli USA). Immagina quanti piccioni prenderemmo con una fava: far tornare la crescita e l’occupazione, migliorare le infrastrutture e la qualità della vita, e allo stesso tempo diminuire il debito pubblico!

Qualche immagine del giro

I dialoghi della bicicletta

E:Si, ma aspetta un attimo. Sarebbe necessario che la Banca Centrale collaborasse. La BCE non accetterebbe mai di partecipare a un disegno così keynesiano?

D:Hai ragione, il problema è proprio questo. Nell’Unione Monetaria Europea non c’è la possibilità di coordinare la politica fiscale con quella monetaria per mettere in atto strategie del genere. Anche se volesse, alla BCE è vietato dalla regole europee partecipare in questo modo a un piano congiunto di politica economica con i Governi degli Stati Membri. Sembra assurdo, ma l’Europa ha scelto di legarsi le mani da sola, creando un sistema istituzionale che impedisce al potere pubblico di gestire l’economia per affrontare le crisi e ridurre le oscillazioni economiche.
Questa impostazione è frutto di un’ideologia che è diventata dominante a partire dalla seconda metà degli anni Settanta e che è andata al potere negli anni Ottanta, dai goveni Reagan-Tatcher in poi. L’economia è vista come un sistema che si regola da solo, e la cosa migliore che lo Stato possa fare è comportarsi da gendarme facendo rispettare la proprietà privata ma per il resto deve lasciar fare al mercato.
E:Beh, però se tutti fossero d’accordo le regole europee si potrebbero cambiare. Ma la Germania non sarebbe certo d’accordo con il tuo piano. Però non capisco il comportamento dei tedeschi. Basano la crescita della loro economia sulle esportazioni verso i paesi del Sud Europa. Quindi dovrebbero volere la crescita di questi paesi. Allora perchè spingono per l’austerità?

D:Hai ragione, c’è in qualche modo una schizofrenia nella posizione della Germania. Però ci sono diverse cose da aggiungere. Per prima cosa, in Germania è sempre stata dominante una visione “mercantilista” dell’economia, secondo cui per crescere bisogna migliorare la bilancia del commercio con l’estero. Visto che in Germania ha funzionato, in qualche modo i tedeschi vorrebbero estendere il ragionamento all’intera Europa. Detto in soldoni, puntano a creare un sistema in cui i paesi del Sud Europa fanno da fornitori di beni intermedi a basso costo alle industrie tedesche – fanno l’indotto insomma – e queste ultime producono beni industriali da esportare fuori dall’Eurozona. Ovviamente per fare questo hanno bisogno di abbattere i salari e l’inflazione nel Sud Europa, ed è proprio questo lo scopo ultimo dell’austerità.
Ma c’è un problema di fondo in questo progetto. La zona Euro, nel suo complesso, è la seconda zona economica più grande del mondo! Un’area cosi grande e ricca non può pensare di basare la propria crescita economica solo sulla domanda estera. Per quanto la Cina e l’India e gli altri paesi emergenti potranno aumentare le loro importazioni, il mondo è troppo piccolo per compensare la carenza di domanda interna a livello europeo.
Poi c’è una seconda cosa da dire. E’ vero, la Germania si oppone a qualsiasi strategia che odori anche vagamente di keynesiano. Ma non è che l’Italia stia chiedendo questa strategia con forza. Tutt’altro. La verità è che i primi a non volere una strategia keynesiana come quella che ho descritto sopra sono i componenti della classe dirigente italiana. Perché con la scusa della crisi e fingendo che l’austerità sia “dolorosa ma necessaria”, stanno facendo passare un’agenda ben precisa, stanno realizzando un programma ideologico: privatizzazioni, riduzione dei salari e dei diritti dei lavoratori, indebolimento dei sindacati, deregolamentazione urbanistica.

E: Tu dici la “classe dirigente”, comprendendo gli imprenditori che vengono messi alle strette dalla crisi. E’ difficile pensare che siano loro i supporter dell’austerità.

D: C’è sicuramente una parte del mondo imprenditoriale che sta subendo l’austerità sulla propria pelle. Ma dobbiamo anche ricordarci che la crisi non è uguale per tutti, sopratutto tra le imprese. Tante entrano in difficoltà e falliscono, sopratutto le medio-piccole. Tantissimi imprenditori vorrebbero che lo Stato desse una boccata di ossigeno all’economia, soffocati da tasse altissime e con la domanda in ristagno o in calo. Ma ci sono anche quelli che prosperano. Grandi imprese, magari in settori meno colpiti dalla crisi, che ora conquistano le fette di mercato lasciate scoperte dai concorrenti più piccoli che falliscono o non riescono più a investire. E queste imprese fanno profitti molto più alti rispetto a prima della crisi, anche perchè si trovano di fronte dei lavoratori molto più “docili”. La paura di perdere il posto in un economia in cui è difficile trovarne un altro fa si che i lavoratori siano meno propensi a iscriversi ai sindacati, a fare rivendicazioni, o semplicemente a dire ogni tanto “no” al proprio capo. Gli straordinari non pagati, per esempio, oggi sono all’ordine del giorno per tantissime persone che conosco…

Hey! Tra una chiacchera e l’altra siamo arrivati a Villa Pamphilj.
Approfittiamo per fare rifornimento d’acqua e mangiare qualcosa
Oh proprio bella comunque Villa Pamphili, abitando a Nord-Est di Roma non ci vado mai…

Facebook Comments