Rovine Morella nigth and day

Un bellissimo circuito ad anello nel cuore della Riserva Naturale Regionale dei Monti Lucretili, tra Mandela, Licenza, Percile, Riofreddo e Roviano. 

Esperienza condotta in solitaria, in perfetto stile escursionistico-esplorativo, con l’immancabile imprevisto che mi ha indotto a trascorrere una lunga e fredda notte nei boschi.

La traccia del percorso

Partenza dal parcheggio della stazione di Mandela Scalo, il giro inizia su asfalto, un pezzo di Tiburtina fino a Vicovaro, poi la Licinese fino a Licenza, media pendenza in salita.

Siamo nel nodo dell’acqua, punto di convergenza del sistema torrentizio della valle che qui confluisce ed alimenta il Torrente Licenza. La struttura insediativa sfrutta al meglio la conformazione orografica: la cittadella arroccata, Civitella, sulla collina domina la valle; l’area produttiva, Licenza, in cui la disponibilità d’acqua fin dalle origini ha consentito l’agricoltura irrigua, fornendo forza motrice alle prime macchine, le mole a pietra.

La Mola Alta di Licenza

Mola Alta Licenza

Ne ho visitata una, la Mola Alta di Licenza, in parte recuperata ma attualmente chiusa e in apparente stato di abbandono.

La struttura è molto interessante, testimonianza dell’ingegno costruttivo per sfruttare al meglio la poca acqua disponibile. La portata dei torrenti della zona, infatti, è assai scarsa e con forti oscillazioni stagionali, la toponomastica rende bene l’idea, Fosso Rio Secco, Fosso Pisciarello, nulla di imponente insomma, ma la nostra Mola è messa un po’ meglio, posizionata sul Fosso delle Chiuse.

L’impianto comprende una vasca d’accumulo, necessaria a garantire con una certa continuità una spinta sufficiente a muovere le macchine, una chiusa in apparenza originale, con griglia-filtro e movimento a vite, una piccola costruzione in pietra e tetto in legno, posizionata in basso, sul torrente, nella quale è situata la mola vera e propria.

Alcune immagini di Percile

Percile

Una bella struttura per niente valorizzata e procedendo oltre verso Percile, bellissimi paesaggi collinari, ma si consolida la sensazione di un enorme potenziale inespresso.

Al bel museo preistorico naturalistico inaugurato lo scorso ottobre, fa riscontro una piazza delimitata da un palazzo pericolante e, a poca distanza, in un’altra piazzetta, la chiesa di Sant’Anastasia, un piccolo gioiellino, ben restaurato, con all’interno affreschi di buona fattura.

La stessa impressione si ha arrivando ai laghetti, belli, soprattutto il Marraone, quello incassato e irraggiungibile, ma le numerose costruzioni inutilizzate e in stato d’abbandono, soprattutto l’enorme copertura metallica posizionata a ridosso del secondo lago, non contribuiscono a migliorare l’immagine, ed anche la piantumazione di abeti alpini sulla riva del Fraturno sembra assolutamente fuori luogo.

I Lagustelli di Percile

Lagustelli Percile

L’esplorazione delle rovine di Morella (Castel del Lago), l’antico borgo medievale adagiato su un’altura a ridosso del Fraturno, ha rappresentato l’esperienza più emozionante.

Il bosco si è completamente riappropriato delle antiche costruzioni ed è veramente difficile immaginare l’antica forma dell’insediamento, ma l’imponenza dei terrazzamenti (soprattutto quelli sul versante orientale verso la valle) lascia intuire che durante la fase di incastellamento (X sec. dC) il borgo doveva avere una certa importanza.

Le rovine di Morella (Castel del Lago)

Rovine Morella

E proprio per conoscere più da vicino la strutturazione dei terrazzamenti mi sono cacciato nei guai.

Seguendo la traccia del sentiero Coleman (307A) mi sono addentrato nella vegetazione più fitta, ma il sentiero, evidentemente abbandonato da tempo, diveniva un segno progressivamente più labile, fino a scomparire del tutto, lasciandomi intrappolato tra arbusti e rovi. Per evitare inutili sforzi nel trascinare la bici, l’ho posata di lato e mi sono mosso a piedi per cercare un varco praticabile. Con il sole ormai al tramonto sono giunto nuovamente su un sentiero in prossimità delle rovine, ma a questo punto tornare alla bici si è rivelata una impresa assai più ardua di quanto avessi immaginato.

Il bosco di notte

Bosco di Notte

Rapida analisi della situazione: sono a piedi, a circa dieci chilometri dal più vicino centro abitato, non c’è nessuno a cui chiedere un passaggio, la cosa più saggia da fare è prepararmi a trascorrere una notte nel bosco.

Raggiungo la sorgente che avevo incontrato in precedenza per bere e individuo un posto riparato dove potermi fermare con le spalle coperte, vicino ad un albero sul quale mi sarei potuto arrampicare rapidamente in caso di assalto da parte di qualche animale più insidioso (da queste parti circolano lupi e cani inselvatichiti). Armi da difesa poche, un piccolo serramanico e un faretto LED da 1200 lumens, che sparato negli occhi tarati sulla fioca luce notturna, può produrre un temporaneo accecamento, dandomi la possibilità di mettermi al sicuro sull’albero.

Scomparendo tra i monti il sole porta con sé il tepore del giorno ed avanza il freddo, progressivamente più intenso. Dai 16/18 gradi C° del giorno a mezzanotte si scende ad 8 gradi, poi  a 7 intorno alle due, ed a 6 tra le quattro e le cinque. L’abbigliamento tecnico mi ha aiutato moltissimo ma è stato fondamentale assumere la posizione giusta, rannicchiandosi in posizione fetale si riduce al minimo il contatto col terreno e respirando nel grembo, tra le braccia conserte, si ottimizza la conservazione termica.

Una notte lunghissima, oltre dodici ore di buio trascorse ad ascoltare il respiro del bosco, sotto il cielo stellato. Lo scampanellio dei buoi in lontananza, i fruscii tra le piante, il bubolìo lancinante dei gufi, il persistente abbaiare dei cani ad ogni ululato che gela il sangue, richiamando paure ancestrali. Poi finalmente l’alba.

L’alba sulla via del rientro

All'alba sulla via del rientro

Un po’ provato dalla notte insonne torno alla sorgente per bere e rinfrescarmi il viso, e con il favore del giorno riesco a scorgere le tracce del passaggio della bici della sera prima. Le seguo, e finalmente eccola, la mia specialissima, adagiata su un cespuglio. Il GPS è scarico ma fuori da quella situazione intricata  il sentiero è ben segnato, posso completare il giro procedendo a braccio.

Inforcata la bici il ricordo della veglia notturna svanisce in un attimo. Amo questi luoghi e trovarmi qui all’alba è un’occasione rara da non sciupare. Allora via, si parte, i magnifici scorci panoramici sulla valle boscata, il torrente, immagini che mi rimettono al mondo. Un continuo sali e scendi fino al cancello della Tenuta Laghi, poi l’avvincente discesa tecnica fino a Riofreddo ed ancora giù fino a Roviano, adrenalina a mille.

Nella valle una miriade di colonne di fumo si innalzano dai boschi , immagine suggestiva, sembrano carbonaie, attività tradizionale progressivamente abbandonata a partire dagli anni 50/60, aprendo la strada all’importazione di carbone vegetale dall’Africa nera. In questo modo si è alimentato lo sfruttamento dissennato delle foreste congolesi, con l’abbattimento di alberi secolari nel cuore del lussureggiante Virunga National Park, dove vivono gli ultimi esemplari del gorilla di montagna. Nonostante fin dal 1979 l’UNESCO abbia dichiarato la foresta congolese patrimonio dell’umanità, la situazione di instabilità politica non ha consentito un efficace contrasto alla pratica del bracconaggio e della produzione illegale di carbone.

Finché ci sarà domanda di carbone ci sarà anche l’offerta, e se la ripresa della produzione locale limiterà le importazioni, oggi ho un motivo in più per essere felice.

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