Sulla Via della Neve – Viaggio in un mondo che non c’è più

Il caldo estivo non spaventa quando basta aprire un magico portellone per avere bibite fresche, ghiaccio in cubetti e riserve di verdura, minestre pronte, carne e pesce. Ma prima del 1851, anno in cui l’americano John Gorrie brevettò la prima macchina frigorifera, il mondo era diverso. La prima applicazione riguardò i trasporti su grandi distanze, nel 1876 il piroscafo le frigorifique, con l’ausilio della nuova tecnologia, in 105 giorni di viaggio trasportò fino in Francia la carne macellata in Argentina, ma per vedere un frigorifero in ogni casa in Italia bisognerà aspettare gli anni ’60.

Prima di allora il mercato del freddo era incentrato sulle attività di raccolta e stoccaggio delle nevi, un fiorente commercio già nell’antica Roma, ma che raggiunse il suo massimo sviluppo tra il XVII e XVIII secolo, portando cospicui introiti nelle casse dello Stato Pontificio, che imponeva la sua giurisdizione su tutte le nevi cadute entro un raggio di 60 miglia dalla città. La raccolta ed il commercio della neve era concessa in appalto a privati, esigendo il pagamento di una cifra in denaro, la “corrisposta”. Ospedali, mattatoi, pescherie, consumi domestici per bibite fresche e sorbetti o per placare le febbri malariche, tutto era affidato alla neve. Ogni palazzo di una certa importanza era dotato di un pozzo per lo stoccaggio del ghiaccio, un consumo stimato in circa 250 tonnellate l’anno, che generava introiti paragonabili a quelli ricavati dalla vendita di vino ed olio, tanto da richiedere la nomina di un ministro ad hoc. 

Il Pellecchia, la montagna più vicina a Roma, era il principale luogo di approvvigionamento della preziosa risorsa e Monteflavio il nodo nevralgico di una primitiva catena del freddo, che tra gennaio e febbraio impegnava tutta la popolazione nell’attività di raccolta e stoccaggio in numerosi pozzi (conserve), tra legali e abusivi si stima ce ne fossero almeno quaranta, sebbene quelli ancora riconoscibili sono solo sette, di cui i principali Pozzo Candese e La Melazza. In queste profonde buche nella roccia calcarea, situate sul versante settentrionale a quota 1200, dopo aver rivestito le pareti con uno strato isolante di paglia, veniva stipata e compressa la neve fino a trasformarla in ghiaccio. La buca era poi ricoperta con cura, ed alle prime calure estive un esercito ben organizzato di tagliatori riapriva i pozzi ricavando blocchi da cinquanta chili che dopo essere stati “incartati” con paglia e teli di canapa, venivano caricati sui muli e trasportati lungo i sentieri scoscesi fino alle pendici del monte. Qui i blocchi venivano caricati sulle “barrozze” trainate da buoi, per intraprendere il viaggio fino in città, percorrendo quella che ancora oggi è denominata nella toponomastica ufficiale “strada della neve”.

Per ridurre lo “squaglio” il trasferimento finale avveniva preferibilmente nelle ore notturne, ma viaggiando ad una velocità di circa 4 Km/h, per giungere a destinazione i 750 chili di prezioso carico impiegavano anche 12 ore, con una perdita di circa il 20-30% del volume iniziale. 

In una’area brulla ed inospitale, che per il carattere orografico e la natura geologica del terreno mal si presta all’agricoltura, per secoli questa attività rappresentò la principale fonte di sostentamento per le popolazioni locali, divenendo il cardine di una cultura magico-religiosa incentrata sul culto della Madonna della Neve, alla quale si chiedeva di concedere abbondanti nevicate nel periodo invernale e proteggere i commerci estivi di una risorsa così effimera come la neve. Ma di fronte alla diffusione del frigorifero si è dovuta arrendere anche l’autorità Celeste, anzi, è stata rapidamente riconvertita in protettrice delle Carboniere, l’altra attività che per qualche tempo soppiantò il commercio della neve, in una rapida riconversione economica che dalla catena del freddo puntò tutto sulla catena del caldo.

Di quella antica civiltà oggi restano poche tracce, la chiesa dedicata al culto della neve è stata sconsacrata ed il dipinto che raffigurava l’amata Madonna è svanito nel nulla, resta solo il ricordo nella toponomastica locale, qualche buca nel terreno nascosta tra la vegetazione ed in gran parte ricoperta dai detriti ed i sentieri percorsi dai muli carichi di ghiaccio.

Pellecchia tra le nubi

Oggi, con il Pellecchia completamente avvolto dalle nubi, ho voluto ripercorrere in solitaria le antiche vie di quei commerci.

Partendo da Monteflavio ho percorso la Strada della Neve, passando da Serre Ricci e costeggiando il Colle della Caparnassa ho raggiunto il rifugio del Pastore, poi seguendo l’antico sentiero percorso dai muli carichi di ghiaccio, ho scalato la montagna con bici a spinta fino a superare la faggeta. Da qui una magnifica pedalata sulla cresta tra gli animali al pascolo brado fino alla croce di vetta. Un maritozzo all’uvetta del mitico Andreoni ha reso più dolce la sosta tra le nubi, poi, vestite le protezioni, la bellissima discesa sul versante settentrionale, seguendo quella che presumibilmente era una seconda mulattiera utilizzata per il trasporto della neve a valle, per giungere a Monteflavio sulla carrareccia che costeggiando il monte attraversa il Fosso Nocelle. 

Giunto all’auto e posata la bici ho avvertito una strana sensazione, da solo e completamente avvolto nella nebbia, oltre che nello spazio mi sembra di aver viaggiato anche nel tempo.

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