Majella – la via delle creste

Un itinerario grandioso, per i panorami unici, con valli simili a grand canyon, questa è la location del nostro giro sul gruppo montuoso della Majella, un imponente massiccio di natura calcarea caratterizzato da una serie di vasti pianori sommitali che contribuiscono a conferirle una forma apparentemente rotondeggiante. I suoi versanti orientale e nord-occidentale, tuttavia, sono incisi da una serie di lunghissimi e aspri valloni, custodi di autentici tesori nascosti: la Valle di Taranta, detta la “Monument Valley” dell’Appennino, la Val Cannella, regno dei camosci, sono solo un piccolo esempio di che posto sia la Majella e della maestosità e bellezza di luoghi remoti e fuori dal mondo.
Il giro che andremo a compiere stavolta vede nella cosiddetta “Via delle Creste” il piatto forte di giornata; si tratta di una lunghissima cavalcata di oltre 600 mt di dislivello negativo che dal Monte Amaro passando per Cima dell’Altare fino a Colle Incotto ci farà sorvolare uno degli scenari più stupefacenti di tutta la Majella e le foto ne daranno ampia testimonianza.

Partiti da Campo di Giove sfruttiamo gli impianti di risalita per guadagnare i primi 500 mt di dislivello senza faticare

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la traversata non è lunghissima e anche il dislivello è abbastanza contenuto, con appena 1.100 mt ma comunque non è da prendere sotto gamba, anche perché i primi 700 mt sono veramente durissimi e da fare rigorosamente in portage, con pendenze che non scendono mai sotto il 20% e tante parti sopra il 35% .

Lo svalico al Guado di Coccia mi fa sobbalzare dalla seggiovia, la ragione per cui si fa tanta strada è proprio questa, per arrivare in posti simili

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Oggi con noi ci sono i nostri amici sardi, Gege e Marco che oramai possiamo considerare di famiglia, visti i consueti gemellaggi fatti sia in terra sarda da parte nostra che in appennino da parte loro.

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Erano già stati in Majella lo scorso anno e non vedevano l’ora di ritornarci, oramai il mal d’Appennino ha contagiato anche loro. Usciti dalla seggiovia non c’è bisogno di alzare nemmeno la sella perché ci attendono 700 mt di portage velenosissimo, passando per Serra Carracibo e fino alla Tavola Rotonda, il Porrara impietosito ci guarda e ci dice: “ma chi ve lo ha fatto fare” ahahah

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La giornata è calda ma non arroventata e senza una nuvola, una di quelle che si contano sulle dita di una mano da queste parti

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ed eccoci al primo svalico sotto la Tavola Rotonda, prima vetta conquistata e i nostri amici possono far sventolare con fierezza la loro bandiera.

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Qui una sosta per rifocillarci è d’obbligo anche perché si tratta della parte più dura di tutto il giro, il Morrone ci guarda dal basso, nonostante i suoi oltre 2000 mt ma noi siamo già a 2300 mt di quota.

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Da qui in poi si aprono le danze e comincia lo spettacolo, in quanto si può risalire in sella e pedalare, i tratti di portage saranno pochissimi fino all’Amaro.

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Che spettacolo pedalare qui in questo tipico ambiente lunare della Majella

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Fondo di Femmina Morta

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che altro non è che l’antipasto del vallone di “Femmina Morta”, uno degli ambienti più spettacolari del Parco Nazionale e dell’intero Appennino, un vasto pianoro carsico lungo 5 km e largo 1 km, con altezza tra i 2300 e i 2500 mt e racchiuso da un anfiteatro di cime arrotondate sui 2500/2600 mt.

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Qui regna la pace assoluta e il silenzio è quasi assordante, rotto solo dal rumore delle nostre ruote sul terreno, oramai riarso da tanti giorni senza pioggia.

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La mole del Monte Amaro appare superba con quell’insolito puntino rosso del Bivacco Pelino alla sua base, in un cielo completamente azzurro, nota piuttosto rara da queste parti.

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Qui, in corrispondenza di questa leggera depressione dove c’è una macchia più verde, alla quota di 2451 metri, dalla fine dell’inverno e fino a primavera inoltrata è presente un incantevole lago la cui visione però è riservata a pochi fortunati che si trovano li al momento giusto. Il lago ha infatti una breve vita, giusto il tempo in cui la fusione delle nevi permette il riempimento della depressione, poi, con l’avvio della bella stagione, l’assetato terreno carsico inghiottirà tutta l’acqua restituendo alla vista degli escursionisti quel tipico paesaggio monotono e lunare che vediamo ora.

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Dopo un brevissimo tratto in portage che si scorge la a destra

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raggiungiamo così il Piano Amaro, un vastissimo altipiano posto ad una quota media di circa 2.500 m., che non è eccessivo definire un vero e proprio deserto d’alta quota.

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Ed arriviamo alla grotta di Canosa posta a 2600 mt di altezza, da dove giriamo a sinistra per la vetta del Monte Amaro.

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Non ci crederete ma escluso il primo pezzo si pedala tutto fino all’incrocio con il sentiero H5

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I nostri amici sardi devono far sventolare la loro bandiera sulla cima dell’Amaro perché l’anno scorso gli era non erano riusciti causa maltempo; io ne approfitto invece per fare alcuni scatti in questo posto stupendo e irreale, qui veramente ti senti immensamente piccolo di fronte alla maestosità della natura.

Monte Acquaviva
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la cima dell’Altare e la Val Cannella

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Qui si può stare solo in contemplazione

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di fronte a tutto questo popò di roba il tempo passa in fretta ed ecco sopraggiungere di gran carriera il resto del gruppo già bardati in ottica discesa, per loro che stanno scendendo dalla cima dell’Amaro saranno oltre 2.100 mt di dislivello negativo, come dicono i toscani “tanta roba

Violator scivola subito sull’Acquaviva ahahah

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verso la Cima dell’Altare

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da dove parte una cresta stupefacente sopra la Val Cannella e la Valle di Macchia Lunga, qui nessuna descrizione potrebbe rendere meglio delle foto

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non è un film è tutto vero

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infinity crest

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ebbene si, questa è la location della cresta

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lasciata a malincuore la cresta riguadagnamo il sentiero Cai H3 a Colle Incotto, per una cresta secondaria che costeggia a destra la Valle Coppetti da dove con uno stancante su e giù, rovinato in parte dalle barriere paravalanghe cadute che ostruiscono il sentiero, passando sotto la Valle dei Fontanili, ci farà raggiungere il rifugio Tari

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anche se dopo Colle d’Acquaviva lo spettacolo che ci si para davanti con la parte terminale della Valle Taranta ci fa letteralmente scendere di sella.

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Piccola sosta provvidenziale per ricaricare l’acqua al Rifugio Tari e via con l’ultima estenuante discesa fino a Lama dei Peligni

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caratterizzata da tantissimi tornanti e qualche gradone, una discesa molto impegnativa considerato che si è anche a fine giro e resa ancora più difficoltosa dal terreno troppo secco e molto breccioso soprattutto nell’ultima parte, e poi dopo quasi 3 ore di discesa le braccia cominciano giustamente a risentirne.

Solo nell’ultimissimo tratto il sentiero diventa flow ma è veramente poca roba oramai siamo arrivati, non resta che catapultarci sul primo bar aperto per brindare alla riuscita di questo giro che entra di diritto tra i più panoramici e appaganti della Majella.

Gallery HD

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