L’esplorazione dell’Etna in bicicletta è un viaggio dentro un mondo primordiale, dove si manifesta tutta la forza e la fragilità della natura. Per tre giorni, la montagna di fuoco è stata una compagna severa ma affascinante, capace di mostrarci l’energia di una materia viva e mutevole, sospesa tra distruzione e rinascita.
Pedalare sull’Etna significa imparare a leggere la terra. Il suolo è un mosaico di sostanze vulcaniche, polvere nera e finissima che si alza come fumo, ghiaie taglienti di ossidiana e lapilli vetrosi che scricchiolano sotto le ruote, colate solidificate che si ergono come onde di pietra, compatte e spigolose. Ogni superficie è diversa, ogni tratto una lezione di guida — un terreno che non perdona distrazioni, ma che regala sensazioni uniche a chi sa interpretarlo.
In tre giorni abbiamo attraversato ecosistemi in continuo mutamento: dai boschi di betulle e castagni alle distese lunari delle quote più alte, dove il paesaggio si fa essenziale e il vento porta con sé l’eco lontano delle eruzioni. È stata un’esperienza insolita, fisica e sensoriale, che fonde la sfida sportiva con il contatto diretto di una natura estrema e magnetica.
Monti rossi: familiarizziamo con la sabbia vulcanica
Esplorando una realtà completamente nuova e sconosciuta, e avendo a disposizione poco tempo, abbiamo deciso di affidarci a una guida locale, scelta che si è rivelata preziosa sin dal primo giorno, dedicato a familiarizzare con la guida in un ambiente caratterizzato dalla sabbia vulcanica.
Per capire davvero bisogna provarlo, la sabbia fine è ovunque, le ruote affondano e restare in traiettoria non è scontato. Occorre regolare la pressione delle gomme, tenerle leggermente sgonfie, e raggiungere una certa velocità, in scioltezza, fino quasi a “galleggiare” sulla sabbia. In curva è impossibile seguire una linea stabile, bisogna continuamente riposizionare la bici, ristabilendo l’equilibrio man mano che il terreno cede sotto le ruote.
Per prendere confidenza con questa nuova condizione di guida, il primo giorno l’abbiamo trascorso nei dintorni di Nicolosi, la località dove soggiorniamo. Con la guida di chi ha costruito i sentieri, ci siamo diretti verso la trail area di Monti Rossi, due piccoli coni di scorie nati dall’eruzione del 1669, la stessa che distrusse parte di Catania, un paesaggio modellato dal fuoco, che oggi accoglie i ciclisti tra boschi e colate laviche.
Il contesto è suggestivo, i sentieri serpeggiano tra gli alberi con continui rilanci e brevi dislivelli. Si fatica non poco a tenere il ritmo incalzante della nostra guida scatenata. Sui trail Ruote di Carretto e Oppy Oppy, poco a poco impariamo a gestire la traiettoria sulla sabbia inconsistente, trovando equilibrio e fiducia.
Interrompiamo il riding per una visita alla pagliara, che non è di paglia ma è costruita in pietra, una capanna a secco simile ai tholos di montagna, con le pietre disposte in modo da impedire l’ingresso della pioggia.
Nel pomeriggio la guida ci saluta, ma noi, non ancora appagati, decidiamo di allungare il giro salendo più in quota per regalarci un’ultima discesa sul trail del Salto del Cane, che per un lungo tratto segue la scia di una colata solidificata. Entrando nel bosco ci fermiamo a visitare il sito di un ingrottamento, una grotta formata dalla lava che, raffreddandosi in superficie, ha continuato a scorrere sotto, scavando cunicoli diretti verso il mare.
Stupisce la coesistenza di distese di lava dal paesaggio lunare e boschi di castagni rigogliosi, due mondi agli antipodi che sull’Etna convivono, separati solo da pochi metri di sentiero.
Saliamo sul versante Sud-Ovest del’Etna
Ormai siamo pronti, il secondo giorno saliamo sul vulcano.
La mattina presto carichiamo le bici sul rimorchio e con il furgone raggiungiamo quota 2000, fino al Rifugio Sapienza, dove facciamo colazione. Con noi c’è Gino, il titolare di Into Etna, guida vulcanologica e biker esperto.
Montiamo in sella e prima di iniziare la salita ci dirigiamo verso un luogo evocativo, una piccola madonnina collocata in una grotta naturale. Accanto, in un piccolo edificio adibito a bazar e ufficio informazioni, osserviamo una finestra deformata dalla pressione della lava prima di arrestarsi. Si percepisce il senso di precarietà, qui, ogni cosa è in discussione, soggetta ai capricci del vulcano.
Iniziamo la salita: dobbiamo raggiungere quota 2900, ai margini della zona rossa.
Di tanto in tanto ci fermiamo per scoprire curiosità sulla montagna. Tra le rocce scorgiamo una pianta pioniera, il romice scudato (Rumex scutatus), una delle prime a colonizzare le distese di lava. Le sue foglie, di un verde argentato, sono commestibili, ne assaggiamo qualcuna. Dal sapore leggermente acidulo e agrumato, in passato erano usate dai pastori come dissetante naturale durante le escursioni in quota.
Man mano che saliamo, il paesaggio cambia e si fa sempre più irreale. Sotto di noi si stende un mare di nuvole, mentre la pista serpeggia tra le colate laviche come un nastro grigio che si perde all’orizzonte. Il silenzio è assoluto, rotto solo dal fruscio delle ruote sulla sabbia nera.
Una breve sosta per immortalare il momento, il gruppo compatto, le bici impolverate, il vulcano che fuma alle nostre spalle. L’Etna respira, e noi ci sentiamo minuscoli e privilegiati ad essere qui, nel cuore del suo regno minerale.
Dalla cresta lo sguardo abbraccia il golfo di Taormina e, in lontananza, la costa della penisola italiana. Il contrasto tra il nero della lava e l’azzurro del mare è netto e sorprendente — un equilibrio tra opposti che solo l’Etna può offrire.
Sull’altro versante si apre la maestosa Valle del Bove, un’enorme conca creata da antichi crolli e colate. Qui nel 1669 si tentò di deviare la lava scavando canaloni e costruendo barriere, ma la montagna ebbe la meglio. Oggi la valle conserva quella forza primordiale, un archivio naturale della storia vulcanica dell’Etna.
Raggiungiamo quota 2900, ai crateri Barbagallo, formatisi durante l’eruzione del 2002. Le variazioni di colore — dal nero profondo al rosso ruggine, fino ai riflessi giallastri — raccontano la diversa composizione dei materiali: ferro, zolfo, silice, ossidi. È un laboratorio geologico a cielo aperto, dove la montagna si mostra senza veli, rivelando le viscere della terra e la sua energia primordiale.
Da qui la vista è mozzafiato: il mare da una parte, la valle dall’altra, e noi in equilibrio tra cielo e fuoco. La sensazione è quella di essere sul tetto del Mediterraneo, sospesi tra due mondi.
Dopo una pausa contemplativa, lasciamo le bici — legate insieme per evitare furti — e proseguiamo a piedi per esplorare l’area sommitale, zona a rischio vulcanico in cui ci si può avventurare solo con guida autorizzata. Camminare qui è impegnativo, il terreno è formato da lava spumosa solidificata, una massa di roccia vetrosa e tagliente, piena di bolle e cavità, residuo di antiche esplosioni gassose. Ogni passo affonda leggermente, il suolo scricchiola e si sgretola sotto gli scarponi, costringendo a un equilibrio continuo.
Guidati da Gino raggiungiamo un punto di ingrottamento, dove una fessura profonda si apre tra le colate.
Al suo interno si intravede la lava ancora allo stato fuso, un bagliore rosso che pulsa come un respiro nel buio. Scendiamo a piccoli gruppi nella cavità, avvolti da un calore sulfureo che sale dalla terra viva, e in quell’aria densa e pulsante si sente, quasi a toccarla, la potenza primordiale del cuore del mondo.
La varietà dei materiali è incredibile. Le pareti alternano il nero lucente dell’ossidiana al rosso ferroso, e qua e là il giallo intenso dello zolfo risplende come oro.
Ogni frammento racconta una diversa fase dell’eruzione, una storia scritta nella materia incandescente della montagna.
A quota 3000 lo scenario si apre in tutta la sua grandiosità, dall’alto lo sguardo corre fino al mare, dove la costa si perde nell’azzurro e il cielo sembra confondersi con la terra. Più in basso, il gruppo avanza su pendii di sabbia nera che scivola sotto i piedi come polvere viva, in un paesaggio lunare, potente e silenzioso, capace di generare un senso profondo di vertigine e meraviglia.
Tornati alle bici, ci prepariamo per una discesa da fantascienza. Davanti a noi si apre un pendio infinito di sabbia nera che scende verso il mare, con l’orizzonte che sfuma nell’azzurro. È il momento che tutti aspettavamo: si parte !
Appena lasciamo andare i freni, la bici prende vita. Le ruote emergono dalla sabbia fine, leggere, si viaggia galleggiando. Si vola, si plana, si danza sulla cenere vulcanica. Ogni curva solleva uno sbuffo di polvere che resta sospesa come fumo. È un’esperienza ipnotica, un flusso continuo di equilibrio e velocità, puro istinto.
La discesa sembra non finire mai, chilometri di libertà assoluta, con il mare che si avvicina e la montagna che resta alle spalle, silenziosa e immensa. Ci sono tratti più tecnici, passaggi stretti tra rocce e gradoni che richiedono attenzione. La roccia vulcanica, spumosa e vetrosa, taglia come lama; basta un errore per finire a terra, e qui una caduta non perdona. Ma l’adrenalina è più forte della paura. Sotto il sole del pomeriggio, scendiamo come piccole ombre nella polvere, è un momento perfetto, sospeso tra cielo e terra, tra il respiro del vulcano e quello del mare. Un volo effimero, ma impossibile da dimenticare.
Giunti al furgone salutiamo Gino, ma non abbiamo alcuna intenzione di chiudere qui la giornata. Rimontiamo in sella, non vogliamo sprecare più di mille metri di dislivello. Dopo un tratto d’asfalto imbocchiamo un sentiero, un po’ di “mangia e bevi” tra la vegetazione incolta, poi entriamo in un magnifico castagneto ed inizia la giostra. Il terreno si fa scorrevole, le curve spondate si susseguono rapide, i tratti ripidi si alternano a brevi rilanci: adrenalina pura, scendiamo veloci tra gli alberi, immersi in un gioco di luce e ombra, con la polvere che danza nell’aria. È il finale perfetto per una giornata intensa.
La traversata sull’alta Via dell’Etna
Il terzo giorno affrontiamo la circumnavigazione del vulcano percorrendo l’Alta Via dell’Etna, per sperimentare l’enorme varietà di ecosistemi che si susseguono sulle sue pendici.
I primi mille metri di dislivello li facciamo con il furgone, poi, giunti a quota 1.700, ci immergiamo nel Parco dell’Etna, dentro una splendida e profumata pineta.
Subito una lezione di sopravvivenza: restare lontani dalla stella spinosa (Centaurea calcitrapa), una pianta bassa ma micidiale, con aculei uncinati e resistenti come acciaio, capaci di forare anche le gomme della bici.
Iniziamo a pedalare sul sentiero 701, con il vulcano fumante che ci osserva da lontano come una presenza un po’ inquietante. L’aria è limpida, il profilo del cratere si staglia contro il cielo, ma presto dobbiamo abbandonare il tracciato principale, una recente colata lavica ha reso il percorso impraticabile. Deviamo allora lungo il sentiero Monte Fontanelle, seguendo una linea più bassa.
Quando raggiungiamo il Rifugio Galvarina, non resistiamo alla curiosità e decidiamo di spingerci fino al fronte della colata che ha distrutto il vecchio sentiero. Davanti a noi si alza una muraglia di lava solidificata, scura e contorta, un’immagine potente della forza primordiale del vulcano, che in una sola notte può ridisegnare il paesaggio.
Attraversiamo boschi, pinete e distese di betulle, alternati a campi di lava brulla e castagneti rigogliosi.
Il paesaggio cambia continuamente, come in un viaggio attraverso ere diverse. Il sentiero è punteggiato da piccoli rifugi in pietra lavica e da numerosi punti di ingrottamento, dove le antiche colate hanno scavato cavità e gallerie nel terreno.
Raggiungiamo il Monte Nunziata (1.801 metri), che in realtà non è altro che l’antica bocca di un cratere ormai addormentato.
Da qui il percorso continua tra boschi e spazi aperti fino alla Grotta delle Vanette, un luogo suggestivo e misterioso, scolpito dal fuoco e dal tempo. Ma dal punto di vista ciclistico, il bello deve ancora arrivare.
Il tratto più avvincente è l’attraversamento della colata lavica, un sentiero a tratti tecnico che regala puro divertimento, si saltella tra le rocce, si cerca la linea giusta, si danza letteralmente sulla pietra nera.
Subito dopo ci aspetta un altro trail spettacolare, immerso in una pineta lussureggiante, dove il ritmo si fa fluido e le ruote scorrono leggere sul terreno un po’ polveroso.
E ancora una volta la lava, un ultimo sentiero tecnico su colata, in un contesto paesaggistico strepitoso che riassume l’essenza dell’Etna — selvaggia, mutevole, assoluta.
Ultimi chilometri su asfalto, ormai in trance. Ottantatré chilometri, tremila metri di discesa, e la testa piena di immagini che si accavallano: sabbia, lava, boschi, vento. Non serve dire altro — l’Etna ci ha svuotati e riempiti allo stesso tempo.
Video-Sintesi dell’esperienza
Concludiamo il racconto con una menzione speciale per i miei epici compagni d’avventura
Sascha Cerini, Francesco Massimiani, Alessandro Della Casa, David Ajò, Fabio Tricarico, Ugo Ianniruberto
e per la valente guida vulcanologica Gino Moschetto
Album Fotografico


