Da tempo avevamo in programma un giro “epico” nel Parco del Gran Sasso. L’idea era partire da Fonte Cerreto, sfruttando la funivia per guadagnare facilmente i primi 1000 metri di dislivello, ma la sua sospensione improvvisa ci ha costretti a reinventare il percorso — rendendolo ancora più ambizioso.
Con il supporto di Igor, di Live Your Mountain, e il suo furgone attrezzato per il trasporto bici, siamo saliti fino a Campo Imperatore, trasformando Paganica nel punto di partenza e di arrivo di un anello semplicemente spettacolare: 73 chilometri, 1700 metri di dislivello positivo e oltre 3100 di discesa, tra scenari mozzafiato e condizioni limite. La neve in quota ha reso l’avventura molto impegnativa, lunghi tratti di spingismo su sentieri completamente coperti e passaggi ghiacciati hanno messo a dura prova gambe e testa. Un giro durissimo, ma anche indimenticabile — uno di quelli che ti ricordano perché ami la montagna e la bici.
Giunti a Campo Imperatore, salutiamo Igor e ci concediamo una colazione energetica all’Ostello, tra il profumo di caffè e le viste mozzafiato sul massiccio del Gran Sasso. Ne approfittiamo per una breve visita al museo della vecchia funivia, una piccola perla di storia montana ospitata negli spazi dell’ostello. L’impianto originale, inaugurato nel 1934, collegava Fonte Cerreto a Campo Imperatore con una stazione intermedia, un’opera pionieristica per l’epoca che richiese un enorme sforzo tecnico ed economico. Rimasta in funzione per oltre cinquant’anni, fu poi sostituita nel 1988 dal moderno tracciato diretto ancora in uso oggi.
Rifocillati e ispirati dalle memorie storiche, inforchiamo le bici e iniziamo a pedalare lungo il sentiero di mezzacosta che sale verso Passo del Lupo e La Portella. Man mano che guadagniamo quota, la neve si inspessisce, dapprima un velo bianco, poi uno strato compatto che copre interamente il sentiero. Nonostante tutto, riusciamo a rimanere in sella per gran parte della salita, affrontando a piedi solo i tratti più critici e ghiacciati.
Raggiungere il valico della Portella (m 2 231 slm) si è rivelata un’impresa tutt’altro che banale, il sentiero era completamente ghiacciato, costringendoci a misurare ogni passo con cautela.
Uno stretto passaggio tra le rocce gelide ci proietta in un altro mondo, una Val Maone trasformata dalle recenti nevicate in un anfiteatro naturale grandioso e severo, dominato da pareti verticali e da un tappeto di neve che si perde all’orizzonte.
Il sentiero ghiacciato impone cautela, ma la voglia d’avventura è più forte: Francesco si lancia per primo, le ruote scricchiolano sulla neve, il silenzio si spezza — la montagna ci mette alla prova, e noi accettiamo la sfida.
Sul manto di neve, le tracce fresche di un lupo segnano il nostro stesso sentiero — un incontro invisibile, ma potente, che ricorda chi è davvero il padrone di questi luoghi.
Si avanza con fatica, spingendo la bici lungo il pendio ghiacciato. A ogni passo la gamba sprofonda nella neve, e l’acqua gelida nelle scarpe trasforma il freddo in dolore.
Il silenzio è rotto solo dallo scricchiolio del ghiaccio sotto i piedi. A tratti si scivola, si cade, ci si rialza, mentre la montagna osserva impassibile. Nei passaggi più critici, dove la neve lascia spazio alla roccia gelata, ci passiamo le bici a mano. È un avanzare lento e ostinato, fatto di piccoli gesti e grande determinazione — la montagna non concede nulla, ma ogni metro guadagnato ha il sapore di una conquista.
Poi, finalmente, il sentiero si addolcisce. La pendenza cala, si riesce a risalire in sella — ed è subito godimento puro. Con un po’ di velocità la bici plana sulla neve, leggera, quasi danzando.
Si scivola un po’, la guida non è precisa, serve correggere spesso la traiettoria e giocare d’equilibrio, ma ogni metro è puro divertimento.
Dopo tanta fatica, la montagna concede un attimo di grazia, e basta quello per far sparire il freddo e la stanchezza.
Nel tratto finale, in uscita dalla valle, la neve svanisce. Le ruote scorrono veloci su un sentiero pietroso, e il paesaggio si apre, più luminoso e vivo.
Dalle cascate del Rio Arno, per circa un chilometro, il sentiero diventa impossibile da pedalare: si incassa tra enormi blocchi di roccia seguendo il torrente. È un tratto duro, lento, da affrontare con pazienza e attenzione, fino a raggiungere il monumento in memoria di Mario Cambi e Cicchetti, i due alpinisti travolti da una tormenta nel febbraio del 1929 mentre tentavano la salita al Corno Piccolo — un luogo che impone rispetto.
Da lì in poi il percorso cambia volto. Si torna in sella, e il sentiero si trasforma in un flow continuo tra gli alberi, curve morbide, radici bagnate, ritmo e velocità. È una danza frenetica nel bosco che ci accompagna fino a Pietracamela, l’antico e fiero borgo di pietra aggrappato alla montagna.
Pietracamela appare all’improvviso, incastonata nella montagna come un piccolo gioiello di pietra. Le case si addossano l’una all’altra, un labirinto di muri antichi che profuma di camino.
Proseguiamo attraversando i vicoli del paese, le scalette scendono ripide, serpeggiando tra cortili e archi in pietra. Si notano ancora i segni del terremoto: ponteggi e bande arancioni delimitano aree con lavori in corso.
Scendiamo da Pietracamela con un breve affaccio sulla Cascatella del Vecchio Mulino e da lì imbocchiamo il Sentiero della Natura e della Memoria, un single track che, a mio avviso, è il più bello di tutto il giro.
Il tracciato si snoda nel bosco tra curve strette e passaggi su roccia, tecnico ma fluido, un equilibrio perfetto tra sfida e divertimento. Il suo nome non è casuale: il percorso collega Pietracamela a Intermesoli seguendo un’antica via che tocca luoghi legati alla storia e alla vita quotidiana del paese — il lavatoio, l’antico mulino sul Rio Arno, la chiesetta della Madonna — custodendo così la memoria di chi per secoli ha abitato queste montagne. Il bosco è fitto e rigoglioso, il terreno umido e veloce: si scivola, si rilancia, si sorride.
Alla fine della discesa, ci rendiamo conto che la bici di Francesco non ne vuole più sapere di ripartire, siamo costretti a una decisione sofferta: separarci, con la promessa di tornare a prenderlo a fine giro. Dopo un breve tratto di asfalto, imbocchiamo un sentiero in salita che per un lungo tratto costeggia il fosso di Venaquaro, fino a risbucare su via di Santa Reparata. Il contesto naturalistico è strepitoso: boschi rigogliosi e natura straripante, ma sono quattro chilometri durissimi. Il tracciato si arrampica tra rocce e radici, costringendo spesso a spingere la bici a mano. Si avanza lentamente, immersi in un ambiente selvaggio e affascinante.
Il sentiero sembra una via antica, tracciata da mani lontane nel tempo. I grandi blocchi di pietra affiorano come gradini consumati, segnando un passaggio dimenticato che la natura ha ripreso tra muschi e radici. Si ha la sensazione di attraversare la storia del luogo, di muoversi lungo una traccia che esiste da sempre, nascosta nel cuore del bosco.
Proseguiamo la salita su asfalto per circa due chilometri, poi, poco prima dell’ultima curva che porta a Prato Selva, deviamo di nuovo su sentiero. Inizia una lunghissima discesa che prima segue il fosso Adriano e poi il fosso Nerito, con diversi guadi “inclusi nel prezzo”. Qui il percorso regala finalmente lunghi tratti in sella, veloci e divertenti, ma non mancano passaggi tecnici che richiedono attenzione. In alcuni punti è meglio scendere e affrontarli a piedi: la stanchezza comincia a farsi sentire, e conviene non rischiare.
Il sentiero in discesa termina sulla statale 80 del Gran Sasso, poco dopo Nerito. Da qui riprendiamo a salire su asfalto per circa sei chilometri, fino alla diga di Provvidenza. Il programma prevedeva di imboccare il sentiero del Chiarino fino al rifugio Fioretti, per poi goderci un’altra splendida discesa, ma il ritardo accumulato — tra guasti tecnici e neve in quota — ci costringe a cambiare i piani. Decidiamo di sacrificare quel passaggio e proseguire su asfalto fino all’ultima discesa prevista, nella valle del Raiale.
La scelta si rivela provvidenziale: lungo il tragitto, infatti, incontriamo Francesco, che invece di aspettarci a Intermesoli come concordato, aveva deciso di proseguire da solo, in salita e senza assistenza. È stata una fortuna per lui, ormai provato, ma anche per noi, che abbiamo evitato di dover tornare a recuperarlo a fine giro. Lo agganciamo, con una spinta condivisa, e affrontiamo insieme gli ultimi chilometri fino all’imbocco dell’ultima discesa.
Lì ci salutiamo, lui prosegue su asfalto verso l’auto, mentre noi ci tuffiamo nella valle del Vasto, planando verso il fiume Raiale. Il sentiero costeggia il fiume alternando una sponda all’altra, con piccoli guadi, curve veloci e continui rilanci. La pendenza è dolce ma mai davvero riposante: bisogna spingere nei tratti in piano, rilanciare in uscita dalle curve, e la fatica accumulata si fa sentire nelle gambe. Si gode, ma si soffre anche un po’.
Si è fatto tardi, la luce cala rapidamente e il bosco si tinge di ombre. La guida non è più precisa, e un paio di volte struscio contro i tronchi con la spalla, cercando di restare concentrato fino all’uscita su asfalto.
Poi, all’improvviso, la ricompensa, il bosco si apre e ci accoglie un tramonto incredibile. Il cielo è un’esplosione di colori, con nuvole accese di rosa e arancio che sembrano incendiare le montagne. Pedaliamo in silenzio lungo la strada, stanchi ma felici, immersi in quella luce che chiude il giro nel modo più bello possibile.
Arriviamo alle auto che è ormai buio. Francesco è lì ad aspettarci, sorridente e stremato, come noi. Tutto è andato per il meglio, nonostante le difficoltà e i contrattempi. Un tagliere e una birra al pub vicino alla chiesa ci sembrano la ricompensa perfetta, un brindisi meritato per chiudere una giornata intensa, faticosa e bellissima.
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