Ci sono giri in bici che ti mettono alla prova. Non solo per la fatica, il dislivello, la tecnica, ma perché ti portano lontano da tutto: dalla fretta, dai rumori, dai pensieri. Questo è uno di quei giri.
NB: dislivello cumulato effettivo da Garmin 2.050 metri
La giornata inizia con una lunga salita, di quelle che ti fanno guadagnare quota poco a poco, pedalata dopo pedalata. Il fondo è scorrevole, l’ombra dei boschi accompagna il respiro regolare. Si sente solo il crepitio delle ruote sulla carrareccia e qualche uccello che canta tra i rami. Ma già si capisce che lassù, più in alto, ci sarà un cambio di scena.
E infatti, giunti in quota, si esce dal bosco e si apre davanti agli occhi uno spettacolo che fa dimenticare ogni fatica. Davanti, come scolpita nella luce, si erge il gruppo montuoso della Maiella, con il Monte Amaro a dominare la scena. La sua mole possente regna all’orizzonte, sovrastando le nuvole chiare che scivolano lente. È il primo segnale che oggi si pedala su un’altra dimensione, quella dell’aria sottile e dei panorami che mozzano il fiato.
Il paesaggio si allarga in ogni direzione. Prati ondulati, macchie di pini, crinali che si rincorrono verso l’infinito. E proprio lì, tra l’erba alta punteggiata di fiori selvatici, compare una scena che sembra rubata a un altro tempo: una cavalla e il suo puledro, fermi, immobili, perfettamente integrati con la montagna. Nessun rumore, nessuna paura. Solo presenza.
Proseguendo verso l’alto, la vista si fa ancora più ampia. La Maiella si mostra di nuovo, da un’altra prospettiva, più vicina, più intensa. Le sue pieghe grigie contrastano con il verde delle valli, e ogni pedalata in più sembra avvicinare i cielo, ed è questo il senso stesso del viaggio.
Poco dopo si raggiunge il Rifugio Pelosello. Una costruzione semplice, di pietra, affiancata da un vecchio recinto per le pecore. Non serve molto altro per raccontare una storia. Qui si capisce che questa terra è anche fatta di pastori, di solitudini, di gesti antichi che resistono al tempo. Mi fermo un momento, respirando l’odore dell’erba secca e del vento.
Un piccolo tratto in discesa su una carrareccia pietrosa, ammirando il graffio gentile dell’acqua che scorrse sul pendio erboso del monte.
Riprende la salita. La vegetazione si dirada sempre di più, e la montagna si fa di velluto. Il sentiero si arrampica verso un pianoro alto e arido, tagliato da una traccia bianca che sembra guidare lo sguardo verso il cielo. Procedo fuori linea, le ruote affondano appena nelmanto erboso, mentre l’altitudine rallenta il ritmo. È fatica leggera, meditativa.
Su un dosso poco lontano, si muove un branco di cavalli bradi. Camminano lenti, in silenzio, non si curano di nulla, attraversando il paesaggio come ombre antiche. Sono parte del luogo, guardarli camminare sotto quel cielo pesante di nuvole basse è una immagine di libertà nella sua forma più semplice.
Poi la salita si fa più dura e si guadagna con un po’ di fatica un punto di snodo, la Cima di Serra Leardi. Uno sperone roccioso a 2083 metri, da cui si apre la vista verso il Monte Genzana. È lì, davanti, imponente ma raggiungibile. Le sue pendici scivolano dolcemente verso di me, come ad invitarmi. È un momento sospeso, da un lato la salita appena compiuta, dall’altro quella che ancora resta. E nel mezzo, il sibilo del vento.
Ma per raggiungere la via della vetta bisogna affrontare un tratto impegnativo, dove la tecnica prende il sopravvento. Un campo di placche rocciose si stende come un puzzle irregolare. Non c’è un sentiero preciso, ma tante possibilità. Tocca leggere la roccia, cercare grip, mantenere l’equilibrio. È guida pura, fatta di attenzione e istinto.
Superato il tratto tecnico, si risale dolcemente tra onde d’erba e pietre sparse, con il cielo che si spalanca sopra e la vetta che si avvicina con lentezza, ma senza ostacoli. Ogni metro è conquista, ma anche contemplazione. Non c’è più nulla da dimostrare, solo da essere lì, nel cuore del Genzana.
In cima, a 2170 metri, lo sguardo spazia senza fine. La piana di Sulmona con il gruppo della Maiella sullo sfondo, i rilievi lontani che si perdono nella foschia azzurra. È uno di quei momenti che valgono tutta la salita. Resto lì, in silenzio, lasciando che il vento racconti il resto.
La lunga discesa inizia cavalcando in freeride l’infinita cresta che porta fino alle pendici del Monte Rognone,
… superato con un suggestivo passaggio in mezzacosta.
Attraversare questi monti è un’esperienza mistica: le striature sulla roccia, come rughe su un volto antico, raccontano il respiro lento della Terra e l’eco silenziosa del tempo. Mentre il corpo pedala, l’anima si ferma — sospesa in un istante di eternità.
Ma dopo la pausa contemplativa, risalgo in cresta, per affrontare il tratto più bello e divertente. Le rocce affioranti sembrano la schiena corazzata di uno stegosauro pietrificato, e bisogna avanzare trovando un varco possibile tra le sue “placche dorsali”, in un gioco di equilibrio e intuito.
Dopo la lunga battaglia sul dorso del mostro, si giunge in un punto panoramico assai suggestivo.
Si entra quindi nel bosco, dove la traccia inizialmente è poco intuitiva: grosse rocce ostacolano il cammino e il sentiero, poco visibile, va cercato con attenzione.
Dopo un centinaio di metri, però, il tracciato diventa più evidente, e si apre una lunga e divertente discesa nel fitto della vegetazione, serpeggiando tra tronchi e radici. Il sentiero, poco battuto, è spesso coperto da foglie e rami caduti: richiede attenzione e una attenta lettura del terreno.
Ogni tanto si aprono delle radure che offrono scorci meravigliosi sulla valle, tra pini mughi e pendii erbosi.
La discesa è varia, tecnica e a tratti molto ripida: sia nel bosco che nei passaggi più esposti, il fondo sdrucciolevole e incoerente mette alla prova anche i rider più esperti.
Dopo questa lunga e adrenalinica discesa, si arriva finalmente a Introdacqua, stanchi ma soddisfatti.
Il rientro al punto di partenza avviene in tranquillità, su carrareccia, costeggiando la linea ferroviaria: un modo perfetto per tirare il fiato e rivivere con la mente le emozioni del giro.
VIDEO-SINTESI DELLA DISCESA
Album fotografico



Sembra essere già lì su, invita a raggiungere la vetta.
Ci sono punti esposti? Tratti con esposizione al vuoto? Me me sarebbe un limite insuperabile.
Andrea
Roma
Nulla di tutto ciò.