sabato, Febbraio 14, 2026

A fine ottobre la montagna non ti regala più nulla, le giornate si accorciano, il meteo è instabile e in quota si rischia di dover tornare indietro. Proprio per questo abbiamo scelto il Velino-Sirente, partendo da Rocca di Mezzo e salendo verso il Rifugio La Vecchia, consapevoli di essere al limite stagionale per un giro all-mountain. Niente neve, ma vento forte, nebbia e terreno umido, condizioni difficili ma ancora gestibili. Un’uscita tirata, senza margine, che oggi — mentre fuori piove e la bici resta ferma — ha ancora più senso raccontare. Anche perché sai già che ripeterai il giro in primavera, con più luce e qualche variante in testa.

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Attraversiamo Rocca di Mezzo e proseguiamo oltre su asfalto fino al Rifugio del Lupo, una salita dolce, il gruppo prende il ritmo.
Davanti alberi nudi e nuvole basse che scorrono veloci.

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Lasciamo l’asfalto e imbocchiamo una ampia carrareccia che taglia i prati in leggera salita.

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Progressivamente il paesaggio si restringe, gli alberi aumentano e la luce cambia.

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In pochi minuti siamo dentro il bosco, vestito dal foliage dell’autunno, e con qualche sali e scendi raggiungiamo Ovindoli.

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Fuori da Ovindoli la carrareccia corre in falsopiano, scorrevole e rilassante. Poi la pendenza cresce, il paesaggio si stringe tra i versanti e i colori dell’autunno si fanno più densi.

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La salita si impenna, e senza preavviso la piana del Fucino appare in lontananza, schiacciata da un cielo basso e incorniciata sui lati dalle pareti rocciose del Monte Tino e del Monte Etra, che si ergono da un bosco rosso arancio, in una vista potente, irreale, quasi violenta.

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Al termine delle rampe in salita il terreno si distende in pieghe ampie e morbide, prati continui che sembrano velluto vivo sotto un cielo pesante e carico, che dà forza e profondità allo spazio.

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Sul prato un intarsio di rocce disegna una trama antica, un equilibrio naturale che tiene insieme dolcezza e rigore.

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Poi la traccia prosegue e la nebbia ci avvolge lentamente, cancellando i contorni e trasformando il paesaggio in qualcosa di sospeso, intimo, quasi onirico.

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Inizia una lunga discesa, una carrareccia scavata che corre lungo il versante, tra prati, rocce ed alberi radi, con la nebbia sospesa che tiene tutto in equilibrio, è pura poesia.

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Attraversiamo un bosco incantato, con i tronchi scuri che disegnano contrasti netti sul terreno arancio e ocra, un’immagine di bellezza profonda, poi il sentiero si impenna.

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La salita si fa tecnica e irregolare, fondo rotto, gradoni naturali, servono buone doti di equilibrio ed un po’ di potenza per restare in sella fino a dove si può.

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Un breve tratto a spinta e il rifugio appare all’improvviso, appoggiato alla roccia come se fosse sempre stato lì, fuori dal tempo, sulle pendici del Monte Mandra Murata a 1938 metri.

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Il Rifugio La Vecchia è stato recuperato e ristrutturato a partire dagli anni Duemila grazie al lavoro volontario di appassionati e frequentatori della zona, con un intervento semplice e rispettoso, pensato per conservarne la funzione originaria di ricovero libero per chi attraversa questi monti.

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Dentro è essenziale e vero: legno, silenzio e rispetto delle regole scritte e non scritte della montagna, quelle che qui contano più di qualsiasi comfort.

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Dal rifugio lo sguardo si apre netto verso nord, senza filtri. A nord-ovest si riconoscono L’Aquila e il profilo massiccio del Gran Sasso, disteso e dominante, mentre a nord-est la Maiella chiude l’orizzonte con la sua presenza compatta. In mezzo, la piana aquilana e l’Altopiano delle Rocche si stendono come una pausa visiva, un vuoto ordinato di campi e alture basse che amplifica la scala delle montagne attorno.

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Il vento tagliente non concede tregua, dopo una breve sosta iniziamo a scendere sullo stesso sentiero percorso in salita, poi si prosegue dritto, puntando lo sperone di roccia che chiude la linea. Si scende di nuovo di sella, ci si passa le bici per superare il muro di pietra, un passaggio breve, obbligato, che segna davvero l’inizio della discesa.

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Risaltiamo in sella, ma la percorrenza resta impegnativa. Il tracciato corre in cresta, senza una linea evidente, bisogna cercare il passaggio giusto tra rocce a gradoni irregolari, sotto un cielo carico che accentua la drammaticità del momento, rendendo il passaggio quasi solenne.

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Non c’è un sentiero vero e proprio, la linea va costruita al momento. Si avanza su un tappeto di roccia frastagliata che spezza continuamente il ritmo mettendo alla prova l’equilibrio, mentre a destra il vuoto accompagna il passaggio. Restare in sella richiede decisione, bisogna lasciar scorrere la bici, prendere velocità e leggere il terreno in anticipo, cercando la via tra le rocce senza esitare.

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La pendenza aumenta e la bici inizia a scorrere. Si prende velocità planando sulle rocce irregolari, un passaggio intenso, in cui tutto diventa più istintivo, meno pensiero e più fiducia, con la sensazione netta di volare davvero.

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Poi ci si tuffa nel bosco, surfando su un tappeto di foglie rosso ruggine. È magnifico. Il trail diventa invisibile, ci si affida alla forma del terreno, si accompagna la pendenza serpeggiando tra le alberature, lasciando che sia il bosco a suggerire la direzione.

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Atterrati a Rovere risaliamo di nuovo verso i Piani di Pezza. Raggiunto il Rifugio del Lupo proseguiamo dritti sulla Via delle Pere, un nome curioso che viene dalla tradizione locale, lungo questo tracciato, un tempo, crescevano peri selvatici utilizzati dai pastori e dai contadini di passaggio.
La salita è lunga e continua, tutta nel bosco. La pendenza in alcuni tratti si fa sentire, ma resta sempre pedalabile. Arrivati in alto si cambia registro, ci si lascia andare su un sentiero completamente sommerso da una spessa coltre di foglie. La traccia sparisce, la direzione va tenuta a intuito, e non è sempre facile restare puliti senza che la bici scappi via. Ma prendendo ritmo e confidando un po’ nell’istinto, la discesa diventa fluida e divertente.

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Rientrati a Rovere il giro si avvia alla conclusione, ma c’è ancora tempo per rievocare le emozioni più intense pedalando senza fretta sulla bella ciclabile che ci riporta comodamente al punto di partenza.
Nel complesso è un itinerario esigente, da affrontare con consapevolezza, ma che restituisce molto in termini di varietà, ambiente e intensità. Un percorso che alterna fatica e concentrazione a momenti di guida piena e appagante, che chiede rispetto e attenzione ma che ripaga con paesaggi di grande bellezza ed emozioni autentiche.
Un giro che resta addosso e che sappiamo già di rifare in primavera esplorando qualche altra variante.

Video-sintesi della discesa

Album fotografico

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