La giornata era limpida, una di quelle in cui l’aria fresca del mattino sembra invitarti a salire più in alto possibile. Da San Felice d’Ocre, il piccolo borgo arroccato sopra la conca aquilana, la vista già promette grandi cose: il Monte Ocre svetta davanti, severo e affascinante, ci osserva dall’alto come a dire “vediamo se ci arrivi!”
Il giro non è lungo — 38 chilometri per 1.700 metri di salita — ma salite ripide, tratti a spinta e una discesa che alterna roccia fissa e ghiaione smosso, lo rendono abbastanza impegnativo. Un all mountain autentico, dove ogni metro si guadagna con fatica e ti ripaga con la bellezza della montagna più autentica e selvaggia.
Verso Rocca di Cambio
Fino a Rocca di Cambio, per circa quattordici chilometri, la traccia segue la strada regionale 5 bis Vestina Sarentina, ma ci guida un local che queste montagne le conosce metro per metro, e grazie a lui abbandoniamo l’asfalto ad ogni occasione, ogni tornante è un taglio, l’occasione per infilarsi in un sentiero nascosto che corre tra prati e boschi. È come seguire una linea segreta, piccole varianti che trasformano la salita in un viaggio di scoperta.
Basta poco per accorgersi di quanto sia ricco e vivo questo territorio, il crepidio delle ruote sullo sterrato, il profumo della vegetazione, la luce che filtra tra gli alberi. Salendo verso Rocca di Cambio, ogni deviazione diventa un piccolo privilegio, un modo per vivere la montagna dal suo lato più autentico.
Sosta a Rocca di Cambio
Giunti a Rocca di Cambio è il momento di una breve pausa, giusto il tempo di gustare un caffè nella piazza principale del paese — il comune più alto degli Appennini, a 1.434 metri sul livello del mare. L’aria è frizzante, la vista si allarga sulle montagne che ancora ci aspettano, e per un istante tutto rallenta: la fatica svanisce tra le chiacchiere tranquille del bar e il profumo del caffè appena fatto.
Poi si riparte: un altro chilometro di asfalto e una svolta a destra ci porta su una suggestiva ciclabile che punta decisa verso la montagna.
Pian piano l’asfalto lascia spazio al terreno naturale, la ciclabile si fa sentiero e sale fino al Colle di Forcamiccia (1.707 m s.l.m.), e la cosa si fa seria.
Verso la vetta
Dal Colle di Forcamiccia il sentiero cambia volto. Il single track si fa più ostico, più ripido, e si infila tra rocce e radici che obbligano a manovre ardite per non mettere il piede a terra. In alcuni tratti bisogna scendere di sella, scegliere la linea con attenzione e spingere la bici a mano.
Poi arriva il tratto più duro: un paio di centinaia di metri lineari a spinta, dove la pendenza non lascia alternative se non abbassare la testa e procedere con pazienza, respirando l’aria sottile che profuma di alta quota. È qui che la fatica diventa parte del gioco, e ogni metro conquistato regala la sensazione di avvicinarsi davvero al cuore della montagna.
Dopo il tratto più duro, quando il fiato si fa corto, la montagna finalmente si apre. Davanti a noi si stende un magnifico vallone, ampio e luminoso, incastonato tra pendii erbosi e costoni di pietra. L’aria è limpida, il silenzio profondo, solo il vento e le nostre voci euforiche che risuonano nella vastità della montagna.
Si pedala di nuovo, con la sensazione di aver conquistato un passaggio segreto. Il sentiero si insinua nel vallone e poi cala dolcemente, trasformandosi in una discesa suggestiva, fluida e immersa nel paesaggio d’alta quota. Le ruote scorrono leggere sul sentiero un po’ smosso, la vista corre lontano, fino ai profili chiari delle creste più alte.
Ma la montagna non regala mai nulla fino in fondo. Al termine della valle ci attende un breve passaggio non pedalabile, un piccolo tributo di forza, si torna a spingere la bici, qualche decina di metri di sforzo per riguadagnare quota. È il prezzo da pagare per guadagnare un’altra meraviglia.
Dopo il vallone, la traccia piega verso Settacque, una conca verde e silenziosa dove la montagna raccoglie se stessa. Qui tutto converge, le acque del disgelo, la pioggia, la neve sciolta. Scorrono invisibili sotto il terreno, scomparendo nelle fenditure della roccia calcarea per poi riemergere più a valle, chiare e fredde come appena nate.
Il terreno è umido, morbido, e profuma di erba bagnata. Camminando si riconosce il respiro della montagna, lento e profondo. Tra i prati, l’occhio cade su grandi prataioli, sodi e carnosi, cresciuti nella terra scura e piena d’acqua. Non resisto, faccio spazio nello zaino e ne raccolgo qualcuno — un piccolo dono della giornata, da portare a casa, insieme al ricordo di questo luogo magnifico.
Dal piccolo rifugio in fondo alla valle di Settacque inizia la parte più impegnativa del giro. All’inizio si riesce ancora a pedalare, il sentiero sale deciso ma regolare, disegnando curve tra l’erba alta e le pietre bianche. Poi, poco a poco, la pendenza cresce, il fondo si fa più mosso, e la bici diventa un peso da condurre con pazienza.
Si procede a spinta, passo dopo passo. Non è un tratto lungo — appena trecento metri di dislivello — ma con quasi trenta chili addosso tra bici e zaino, non c’è molto da scherzare.
Il fiato diventa corto, ma lo sguardo corre lontano, verso nord, la conca aquilana si apre in tutta la sua bellezza, un mosaico di borghi e campi incorniciato dai monti del Gran Sasso, che si stagliano netti contro il cielo.
Verso sud, le forme morbide di Settacque si allungano in una tavolozza morbida di verdi e grigi, chiuse dal profilo severo del Monte Cefalone e di Cima di Fossa Palomba.
La croce di vetta
Il sentiero risale l’ultimo pendio tra le rocce bianche, è il tratto finale, quello che richiede tutta la forza e la concentrazione possibile. Poi, all’improvviso, appare la croce di vetta. Siamo a 2.208 metri, in cima al Monte Ocre. Quando arrivo in cima, li trovo già lì, i miei amici, seduti tra le rocce, intenti a chiacchierare e scherzare come se la salita non fosse mai esistita. L’atmosfera è leggera, familiare, il vento soffia deciso ma non abbastanza da spegnere il sorriso.
Sascha, la nostra guida, tira fuori un pezzo di carta vetrata e si mette a lavorare con calma sulla croce di vetta, rimuovendo qualche incrostazione che il tempo ha lasciato. L’ha messa li lui qualche anno fa, insieme ad altri amici, sostituendone una fatta con i tubi di ferro.
La discesa
È ora di rimettersi in marcia. Indossiamo le protezioni, controlliamo le bici, uno sguardo d’intesa e si parte.
La discesa è subito insidiosa, la prima sezione si snoda su roccia fissa, un labirinto di pietre bianche dove ogni linea va scelta con precisione. Si pedala in cresta, con il vento che spinge da un lato e l’orizzonte che si apre in tutte le direzioni.
Poi da cima I Tre Bauzi (2.136 m slm), si piega verso valle e la pendenza aumenta. La discesa diventa decisa, nervosa, si cerca una linea tra le rocce con un susseguirsi di passaggi tecnici che chiedono concentrazione assoluta. La bici scivola, salta, si aggrappa alla roccia — e ogni metro richiede equilibrio e fiducia. È una sfida continua, una danza tra controllo e istinto, tra la voglia di lasciar correre e la necessità di controllo.
Dalla cima dei Monti di Bagno si intravede l’uscita, una vallata verde che si apre dolce tra le rocce, con un piccolo laghetto al centro che brilla al sole come una promessa di calma dopo la tempesta. Ma per raggiungerlo, la montagna chiede ancora rispetto. Il versante si fa ripido e sassoso, un terreno smosso che non perdona errori. Le ruote rimbalzano sulle pietre, l’assetto va tenuto saldo, lo sguardo fisso qualche metro più avanti.
Una breve sosta al fontanile per riprendere fiato e riposare gambe e polsi già abbastanza provati. Poi si riparte, su un tratto scorrevole, dove le ruote tornano a filare leggere, ma la tregua dura poco.
Poco più avanti inizia una carrareccia di ciottoli, ripida e insidiosa, che richiede ottime doti di equilibrio e controllo del mezzo. Poi ancora raggiungiamo Peschio Croce, meta di un’altra avventura, altro saliscendi, un tratto montano che si tuffa nella pineta, e infine nel bosco fitto che accompagna verso valle.
Video-Sintesi dell’avventura
In meno di quaranta chilometri si concentra un mondo intero: salite che chiedono concentrazione, discese che scorrono in un flow perfetto, tratti tecnici che mettono alla prova equilibrio e controllo. A ogni curva cambia tutto — il terreno, la luce, l’odore dell’aria. Roccia viva, erba, terra compatta, radici umide: ogni fondo racconta una storia diversa e regala un modo nuovo di guidare. Il silenzio si mescola al rumore delle gomme, il vento taglia il viso e accompagna il pensiero che si svuota, curva dopo curva.
Alla fine si rientra a San Felice d’Ocre stanchi ma pieni, con la mente ancora immersa nelle immagini del giorno e la sensazione nitida di aver vissuto un giro all mountain vero — completo, intenso, indimenticabile.
Album fotografico in HD


