Ci lasciamo Posta alle spalle e la strada segue il fondo della valle, morbida, in leggera discesa. Per qualche chilometro tutto sembra facile, ma è solo una falsa gentilezza: davanti a noi la montagna deve ancora cominciare e ogni metro regalato adesso tornerà a presentare il conto nella lunga risalita verso i duemila.
Traccia Wikiloc
Il territorio conserva ancora il carattere di una terra di passaggio tra Lazio e Abruzzo. Posta appartenne per secoli all’Abruzzo aquilano, prima di entrare nel 1927 nella provincia di Rieti; poco lontano dall’abitato, sul colle, restano anche le tracce del castello medievale di Machilone. Noi procediamo verso sud, con la bici leggera e la montagna che comincia lentamente a chiudersi intorno alla strada.
Da Sigillo dentro la Valle Scura
Superato il piccolo abitato di Sigillo, poco dopo il punto piĂ¹ basso dell’itinerario, lasciamo l’asfalto. Siamo intorno ai 620 metri di quota e davanti si apre la carrareccia della Valle Scura. Il cambio di ambiente è immediato, il bosco si stringe e compare il torrente Scura.

L’acqua accompagna questo tratto con continuità . Scorre tra pietre, muschio e vegetazione fitta, poi precipita sulle vecchie briglie costruite per rallentare la corrente, trattenere i sedimenti e limitare l’erosione dell’alveo. Oggi queste opere si confondono con il torrente e formano una successione di piccoli salti. La valle è fresca, ombrosa, quasi raccolta; per qualche chilometro la salita sembra concederci tempo per entrare nel ritmo.

Seguiamo il torrente per circa un chilometro e mezzo, poi una svolta a destra ci porta dentro il bosco. La Valle Scura, perĂ², non scompare: continua a farsi sentire nei piccoli rivoli sorgivi che filtrano dalla roccia, gocciolano lungo la parete e attraversano il fondo del sentiero prima di ritrovare l’alveo piĂ¹ in basso.
Ai Pisciarelli l’acqua scivola piano su un tappeto verde di muschio. Non è una cascata fragorosa, ma un intreccio di rivoli e spruzzi che mantiene il sottobosco perennemente umido. Passiamo accanto respirando l’aria fresca e bagnata, mentre il mormorio dell’acqua si attenua alle nostre spalle e si confonde con il fruscio delle gomme sulla carrareccia.
La salita che non concede tregua
Dopo i Pisciarelli il profilo si impenna e la pedalata perde fluiditĂ . La ruota posteriore cerca aderenza sul pietrisco, mentre ogni cambio di traiettoria richiede attenzione. Intorno al chilometro 10,2 arriva la svolta che introduce il tratto piĂ¹ duro dell’ascesa: imbocchiamo un sentiero piĂ¹ ripido, stretto e smosso. In appena 1,2 chilometri si concentrano quasi 250 metri di dislivello. Alcuni tratti si riescono ancora a pedalare, altri, per la pendenza e il fondo instabile, obbligano a scendere di sella e spingere. Ăˆ un passaggio durissimo, dove ogni metro va conquistato e a essere messe alla prova non sono soltanto le gambe e il fiato, ma anche la determinazione.

La fatica del Monte di Cambio non sta soltanto nei 1.560 metri di dislivello: nasce dalla continua alternanza tra pedalata al limite, ripartenze sullo smosso e lunghi tratti con la bici al fianco.
Il fontanile arriva nel momento giusto. Ci fermiamo a bere e lasciamo che il ritmo del respiro torni regolare. Da qui il percorso migliora, ma non diventa facile. Il fondo resta sassoso e irregolare; riuscire a rimanere in sella richiede equilibrio, scelta della linea e una pedalata rotonda, capace di superare le pietre senza strappi.

Una serie di tornanti ci porta sempre piĂ¹ in alto. Il bosco si dirada, la luce entra tra le chiome e infine usciamo allo scoperto. Verso sud compare il massiccio del Monte Elefante, una presenza larga e severa che riempie l’orizzonte. Dopo tanto tempo trascorso tra tronchi e scarpate, questa apertura cambia la misura del viaggio.

Qui lo spin celeste, irto e severo come la montagna, nasconde tra le spine un cuore generoso: un piccolo banchetto per gli insetti d’alta quota. A uno sguardo frettoloso mostra soltanto la sua durezza; ma basta avvicinarsi, rallentare e trovare la giusta frequenza per scoprire tutta la meraviglia che custodisce.

Dal Rifugio Porcini alla vetta
Nei pressi del Rifugio Porcini la salita prende respiro. Siamo ormai nel cuore dei Monti Reatini, vicino ai rilievi di Monte I Porcini e Monte Piano. La vegetazione si abbassa, il paesaggio si allarga e la carrareccia permette finalmente di pedalare con maggiore continuitĂ .

Restano circa quattro chilometri di ascesa. La pendenza continua a farsi sentire, ma il fondo finalmente si lascia leggere, e possiamo ritrovare un ritmo regolare, affidando alle gambe il compito di guadagnare quota. Superati i 1.800 metri, il paesaggio si fa piĂ¹ aperto e severo: i prati d’altura accompagnano la salita, le rocce affiorano tra l’erba e tutto assume poco a poco il carattere essenziale dell’alta montagna.

La traccia si fa sempre piĂ¹ esile, e la bici passa al fianco. Da qui si procede a piedi, il ritmo rallenta e ogni passo diventa parte della conquista.

Gli ultimi 150 metri sono tutti da spingere. Sul GPS sembrano pochi, ma a questa quota ogni metro pesa: il ritmo si fa essenziale e lo sguardo resta fisso in alto.

Dopo quasi 18 chilometri raggiungiamo la vetta del Monte di Cambio, 2.081 metri di quota. La fatica finalmente si allenta e per qualche minuto ci fermiamo tra le pietre della vetta, con le bici a terra e le dorsali dei Monti Reatini distese tutt’intorno. Il vento accelera la sosta: qualcosa da mangiare, le protezioni da indossare, poi è già tempo di ripartire.

Viste dall’alto le dorsali non appaiono come rilievi isolati, dalla cima lo sguardo segue la lunga cresta che si allunga in direzione di Leonessa, sospesa tra valloni e dorsali che sembrano rincorrersi all’orizzonte. Oggi la lasciamo lì, davanti a noi, come una promessa: sarà il filo da seguire in una delle prossime avventure.

Dall’altro lato, invece, la linea da seguire è già sotto i nostri occhi. La cresta si distende davanti a noi, ondulata e quasi interamente scoperta, disegnando il seguito del percorso. Finisce la lunga conquista della quota e comincia un’altra storia: quella da scrivere lungo il crinale.

La cresta: controllo prima della velocitĂ
I primi 60 metri di dislivello sotto la vetta sono troppo ripidi e smossi per tentare una discesa in sella. Preferiamo accompagnare la bici a piedi, senza trasformare l’inizio in una scommessa. Poco piĂ¹ in basso il pendio si assesta e possiamo montare in bici: davanti si distende la cresta, sottile e spettacolare.

Nel primo tratto la bici corre veloce in freeride, ma dura poco. Una salita breve e intensa ci porta verso Cima Pozza dei Cavalli; il profilo altimetrico, continua a oscillare fino a circa il chilometro 19. Non è ancora una discesa continua: si perdono metri, se ne recuperano altri, poi il crinale torna a puntare verso il basso.

Da Cima Pozza dei Cavalli comincia la sezione piĂ¹ impegnativa. Il sentiero segue una cresta aerea, con ghiaia e pietrisco che si muovono sotto le ruote. Qui non serve attaccare: bisogna tenere la bici, frenare senza irrigidirsi e guardare sempre qualche metro oltre l’anteriore.

L’esposizione amplifica ogni errore e invita a lasciare margine, soprattutto nei punti in cui il terreno inclina verso il fianco della montagna.

Costeggiamo il Monte Iacci in mezzacosta, alternando tratti scorrevoli a passaggi dove la linea utile si restringe. Il corpo lavora continuamente sopra la bici: arretra nelle rampe piĂ¹ ripide, torna centrale quando serve caricare l’anteriore, si alleggerisce sulle pietre mobili. Il panorama rimane aperto, ma gli occhi devono restare sul sentiero.

Raggiunta la dorsale verso Monte Cavallo, la quota crolla rapidamente. Dal chilometro 19 al chilometro 21 perdiamo circa 350 metri; nei due chilometri successivi ne lasciamo altri 450. Sono numeri che sul terreno diventano curve ravvicinate, frenate, rilanci brevi e una concentrazione senza pause.

Dal bosco al rientro
Quando entriamo nel bosco cambia tutto. La cresta esposta è ormai alle spalle, il sentiero acquista ritmo. Il fondo permette di raccordare le curve, sfruttare gli appoggi naturali e lasciar scorrere la bici. Dopo la tensione dell’altura, questo tratto è puro piacere di guida: tecnico quanto basta, ma piĂ¹ fluido e intuitivo.

Scendendo ancora, il bosco alto lascia spazio alla boscaglia. Il terreno torna ruvido, con sassi, materiale mobile e traiettorie meno pulite. Il carattere della discesa si fa nuovamente ostile: non c’è piĂ¹ l’esposizione della cresta, ma aumentano le insidie sotto le ruote. Negli ultimi due chilometri la pendenza è notevole, perciĂ² è fondamentale conservare luciditĂ e non arrivare qui con gambe e braccia giĂ esauriti.

La discesa termina in corrispondenza di un fontanile. L’acqua segna la chiusura ideale dell’anello: ci aveva accompagnati nel primo tratto del giro, allietandoci con cascatelle e rinfrescarci; ci aveva rimesso in piedi durante la salita ed ora ci accoglie nel fondovalle, chiudendo simbolicamente la giornata. Ci fermiamo appena il tempo di rinfrescarci, poi riprendiamo la direzione di Cerqua, con 25,4 chilometri e 1.560 metri di dislivello alle spalle.
La giornata finisce al bar, davanti a una birra.
Il Monte di Cambio resta sopra di noi, con i suoi boschi, le sorgenti e la lunga cresta. Sulla carta è un giro relativamente compatto, ma nella realtà è pieno di sostanza: una salita fisica, diversi tratti a spinta, quota vera e una discesa che cambia piĂ¹ volte linguaggio, prima di riconsegnarci alla valle.
Scheda tecnica
| Voce | Dettaglio |
|---|---|
| Partenza e arrivo | Cerqua, nel comune di Posta |
| Sviluppo | 25,4 km |
| Dislivello positivo | 1.560 m |
| Quota minima | 621 m |
| Quota massima sul percorso | 2.077 m |
| Vetta | Monte di Cambio, 2.081 m |
| Tipologia | MTB / All Mountain |
| DifficoltĂ | OC |
| Fondi | Asfalto iniziale, carrarecce, sentieri sassosi, cresta, bosco |
| Impegno | Elevato per ripiditĂ , tratti a spinta e discesa tecnica |
Attenzione
- Salita: oltre il chilometro 10 compaiono lunghi tratti molto ripidi e smossi, spesso da affrontare spingendo la bici.
- Vetta: il primo pendio sotto la cima è estremamente ripido; scendere a piedi è la scelta piĂ¹ prudente.
- Cresta: alcuni passaggi sono esposti e sdrucciolevoli. Servono padronanza della frenata, equilibrio e capacitĂ di valutare quando procedere a piedi.
- Discesa finale: pietre e fondo irregolare mantengono alto l’impegno fino al fondovalle.
- Dotazione: casco obbligatorio; ginocchiere e protezioni sono fortemente consigliate. Portare scorte adeguate e non affidare tutta l’autonomia idrica al solo fontanile.





























































