Lasciamo Villalago a quota 900 metri, per pochi minuti pedaliamo sull’asfalto ma appena fuori dall’abitato imbocchiamo una carrareccia che ci porta rapidamente in quota con una successione di tornanti regolari.
Traccia Wikiloc
Nei primi cinque chilometri guadagniamo quasi 300 metri di quota e la pedalata si fa presto continua. Ogni curva sposta il punto di vista su Villalago, sul solco del Sagittario e sulle montagne che chiudono l’orizzonte.

È l’inizio di una lunga salita, molto più articolata di quanto lasci intuire la comoda carrareccia. Davanti ci aspettano oltre 1.700 metri di dislivello, tre elevazioni in successione e una discesa che cambia più volte carattere.

La lunga salita verso la Montagna Grande
Superati i 1.300 metri, la strada continua a disegnare il fianco della montagna alternando terreno aperto e brevi passaggi tra gli alberi. L’ombra arriva a intervalli, poi il percorso torna sulle praterie, dove la ventilazione della quota alleggerisce il calore del sole. La vegetazione si abbassa e lo sguardo corre sempre più lontano. Qui l’ambiente cambia. Abbandoniamo il fondo più largo in corrispondenza di una zona boscata e imbocchiamo una linea meno accomodante.

Intorno al chilometro 7,8 siamo già a circa 1.570 metri. La pendenza si distende per qualche tratto, ma la salita non è finita, la carrareccia avanza ancora con decisione e poco dopo il decimo chilometro, appare di fronte a noi la Montagna Grande in tutta la sua maestosità.

Il sentiero prende quota senza più nascondere le proprie intenzioni. Qui inizia la scalata vera e propria, si abbandona la carrareccia e si imbocca un sentiero, il terreno alterna erba, terra e pietre calcaree; la ruota cerca continuità fra piccoli gradoni e tratti irregolari.

Si pedala ancora molto, ma sulle rampe più ripide è necessario scendere e spingere per qualche metro, conservando le energie.

A quota 1.700 metri il paesaggio si è ormai spalancato. La Montagna Grande appartiene ai monti Marsicani e si alza sul margine dell’area del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, una dorsale ampia, apparentemente lineare vista da lontano, che in sella si rivela come una sequenza di gobbe, selle e versanti inclinati.

La quota non arriva con uno scollinamento netto: si conquista un dosso, si perde quota e subito compare la rampa successiva.
Rosa Pinnola, Argatone e Terratta
La prima elevazione è Rosa Pinnola. La salita corre sul versante aperto, fra prato rado e rocce chiare. Il fondo rimane in buona parte pedalabile, ma la ripidità spezza il ritmo e obbliga a scegliere con attenzione la linea. Quando raggiungiamo la sommità, a 1.808 m di altitudine, il panorama si allarga verso l’altopiano del Fucino e sulle dorsali dell’Appennino abruzzese. Non c’è più nulla davanti che possa nascondere la profondità del paesaggio.

Da qui perdiamo quota senza seguire una linea troppo marcata. È un breve passaggio in freeride sul terreno aperto: la bici galleggia sull’erba, evita le rocce affioranti e punta alla sella successiva. Il sollievo dura poco. La salita verso il Monte Argatone torna ripida e costringe a rilanciare con decisione, alternando tratti in sella e brevi spinte.

La cresta si fa via via più essenziale. Il verde delle praterie incontra il bianco del calcare, gli alberi sono ormai lontani e ogni cambio di direzione apre un panorama diverso. Intorno al tredicesimo chilometro giungiamo sulla seconda cima, il Monte Argatone, a 2.148 metri. Siamo nel cuore della traversata, con circa metà percorso alle spalle ma gran parte della difficoltà tecnica ancora davanti.

Dopo l’Argatone scendiamo per una breve sezione e affrontiamo l’ultimo rilancio verso la Terratta. Non è una lunga ascesa, ma arriva quando nelle gambe ci sono già oltre 1.300 metri di salita. La sosta sulla dorsale permette di osservare il filo appena percorso: tre cime collegate da avvallamenti che, sulla carta, potrebbero sembrare dettagli e che invece impongono continui cambi di ritmo.

Il tuffo dalla cresta
Ancora un ultimo sforzo e, al sedicesimo chilometro, raggiungiamo la sommità del Monte La Terratta, a 2.208 metri di quota, punto più alto del nostro giro. Il toponimo Terratta, contrazione dialettale di “Terra Alta”, sembra nato per descrivere questo crinale sospeso tra il cielo e le pieghe più selvagge d’Abruzzo. La vetta, però, va conquistata fino all’ultimo metro: finché il fondo concede aderenza restiamo ostinatamente in sella, facendo girare i pedali sulle rampe più dure; quando la pendenza si impenna e le pietre spezzano il ritmo, non resta che scendere e procedere a fianco della bici, con il walk assist che diventa il nostro migliore alleato.

Poi, quasi all’improvviso, il pendio si addolcisce e l’orizzonte si spalanca. Tutt’intorno si susseguono le dorsali della Montagna Grande, dal vicino Monte Argatone alla mole del Monte Genzana. Nelle giornate più limpide, lo sguardo raggiunge la Majella e i profili del Velino e del Sirente, che incorniciano la Marsica e la piana del Fucino, mentre verso sud si perdono una dietro l’altra le montagne selvagge del Parco Nazionale d’Abruzzo.

Un panorama vasto, severo e luminoso, capace di cancellare in un istante tutta la fatica della salita.

Dalla Terratta la montagna cambia voce. Lasciamo correre la bici lungo il versante aperto, inizialmente su una linea ripida e poco definita. Il terreno è disseminato di rocce e richiede una guida attiva: arretrare quando serve, lasciare lavorare la bici e non irrigidirsi sul manubrio.

La pendenza concede poi un breve respiro. Un rilancio interrompe la discesa, prima che il sentiero torni a puntare verso valle.
I pinnacoli di calcare

La dorsale ci accompagna verso una zona dominata da grandi blocchi calcarei. Emergono dal terreno come torri isolate, chiari contro il prato e la vegetazione bassa. Alcune forme ricordano enormi ciminiere modellate dalla montagna dando al paesaggio un carattere quasi lunare.

Proprio qui comincia il passaggio più ostile.Tra il chilometro 18 e il chilometro 23 perdiamo oltre mille metri di quota, è il segmento decisivo dell’itinerario, sia per intensità, sia per varietà del terreno.

Il sentiero si stringe e la roccia prende il sopravvento: gradoni frequenti, pietre smosse, appoggi irregolari e traiettorie che vanno decise prima di impegnare la ruota anteriore. Non è una discesa da affrontare contando sulla velocità. Serve controllo, capacità di assorbire gli urti e lucidità nel distinguere un passaggio guidabile da uno in cui è più prudente mettere piede a terra.

Con una buona tecnica il tratto diventa però uno dei momenti più coinvolgenti del giro. Le linee cambiano di continuo e la bici lavora sotto il corpo, passando dalle pietre mobili alle placche più compatte. Non ci sono lunghi rettilinei su cui rilassarsi: ogni metro chiede attenzione.
Nel bosco cambia il ritmo
L’ingresso nel bosco segna una svolta netta. La luce si spezza tra gli alberi, il terreno si fa più compatto e il sentiero acquista continuità. Dopo la severità della parte alta arriva finalmente il flow.

Non è però una discesa banale. Gomiti stretti, curve ravvicinate e frequenti passaggi sulla roccia fissa mantengono alta la concentrazione. La differenza è nel ritmo: gli ostacoli si collegano meglio, le ruote scorrono e ogni curva prepara la successiva. Si guida con il corpo, lasciando la bici muoversi da un lato all’altro del sentiero.

Quando raggiungiamo quota 1.100 metri, al chilometro 23 circa, la grande discesa è alle spalle. Le braccia hanno lavorato quasi quanto le gambe, ma il giro non è ancora chiuso. Ci aspetta un tratto impegnativo, con circa 165 metri di salita.
Verso Scanno e il lago
Riprendiamo quota sul versante rivolto verso Scanno. Dopo la lunga picchiata il cambio di ritmo si sente, bisogna tornare a pedalare, superare brevi salite e assorbire qualche contropendenza. Il percorso raggiunge circa 1.150 metri prima di inclinarsi di nuovo verso valle.
Intercettiamo quindi la Carapale DH, tirata a lucido (forse un po’ troppo) in occasione di una gara. Davanti compare un concorrente, lo seguiamo a distanza, senza mettergli pressione, sfruttando il ritmo della linea e lasciando che il sentiero ci trascini verso il fondovalle.

La quota cala rapidamente, il lago di Scanno torna vicino e la montagna appena attraversata appare ormai alle spalle, molto più alta di quanto sembrasse dalla partenza. Gli ultimi chilometri sono distesi, con pochi brevi rilanci e una perdita di quota minima. Rientriamo a Villalago dopo 31 chilometri, è un anello compatto soltanto sulla mappa. Sul terreno concentra una vera giornata All Mountain, una salita lunga e panoramica, la traversata oltre i 2.200 metri, il calcare ostile della parte alta e una discesa nel bosco capace di restituire velocità e piacere di guida fino all’ultimo metro.
Scheda tecnica
- Partenza e arrivo: Villalago, 900 metri
- Distanza: 31,06 km
- Dislivello cumulato: 1.734 m
- Quota massima: 2.208 m
- Tipologia: MTB / All Mountain
- Difficoltà: OC, per cicloescursionisti con ottime capacità tecniche
- Fondo: asfalto iniziale, carrarecce, sentieri erbosi di cresta, roccia calcarea, pietra smossa e single track nel bosco
- Tempo complessivo indicativo: circa 5 ore e 40 minuti, soste comprese
- Tempo in movimento: circa 3 ore e 35 minuti
Attenzione
- Il dislivello è concentrato soprattutto nei primi 16 chilometri e richiede buona preparazione fisica.
- Sulle rampe superiori sono presenti brevi passaggi nei quali può essere necessario spingere la bici.
- La discesa dai pinnacoli calcarei è stretta, ripida e sconnessa, con gradoni e abbondante pietra smossa. Richiede tecnica avanzata e non ammette distrazioni.
- La traversata resta a lungo su terreno aperto oltre i 2.000 metri: è opportuno controllare le previsioni e affrontarla con equipaggiamento adeguato e sufficiente autonomia.
- Casco integrale e protezioni sono fortemente consigliati. Una MTB in perfetta efficienza, con gomme robuste e freni ben dimensionati, aiuta a gestire la lunga discesa.





































































